Qual è il filo che lega la prematura scomparsa degli artisti maledetti della nostra rubrica? Di fili non ve n’è uno solo ma molteplici: sesso, alcool, droga, ma soprattutto malessere; tutti elementi che vengono coperti e nascosti con una maschera da star.
La depressione, porta dell’ade di tutte le malattie psichiatriche, è uno di questi fili; la fama e il successo danno alla testa e la testa gira, come un vinile sul piatto del giradischi.
Così si cammina in un mondo parallelo sul filo sospeso a mezz’aria, senza rete di protezione; una volta scesi dal palco, dove non si è più una stella, si torna uomini con problemi da uomini.
Tuttavia, pur nella problematicità dell’esistenza, in bilico tra gratificazione ed eccessi (da non imitare!), l’artista cerca di sopravvivere a ritmi non umani.
Prince Rogers Nelson è stato uno dei più grandi e talentuosi cantautori della musica mondiale del pop e del rock.
Definito dal giornalista Robert Hilburn del Los Angeles Times, The Purple One, ha vinto l’oscar nel 1985 per la migliore canzone: Purple Rain
L’anno precedente, nel famoso film dal titolo omonimo “Purple Rain” viene presentata come canzone dedicata al padre di Prince, al suo grande amore e ai membri della sua band. Tra i significati del film vi è il simbolico di momento di crescita e responsabilità per il personaggio principale, “The Kid” (interpretato da Prince).
Fin da piccolo, rivelò il suo carattere timido e riservato, ribelle e stravagante ma anche testardo e ostinato.
Prince scompare all’età di 57 anni, il 21 aprile del 2016 per un’overdose di Fentanil. Secondo quanto pubblicato dal New York Post e riportato da Dagospia, dopo un silenzioso e doloroso calvario che l’ha portato prima a dipendere da oppiacei e antidolorifici rivelatisi poi causa della morte.
“Siamo tutti in fondo ad un inferno, dove ogni attimo è un miracolo”. Con queste parole del filosofo rumeno Cioran si può riassumere la condizione di vita non solo di Prince, ma dell’umanità intera.
Il dolore è da sempre un motore che spinge l’uomo a credere e sperare in un mondo migliore, in una condizione migliore di vita. Esso ci strappa violentemente dalla realtà e ci fa vivere in una condizione viziata dalla sofferenza, che, come delle lenti da vista, influenzano la visione del mondo.
Diventa difficile togliersi queste lenti una volta che ti ci sei abituato e finisce che impari a vedere la vita con lo sguardo della sofferenza: da lì, il passo verso l’abuso di sostanze è breve, brevissimo. Probabilmente diventa una necessità quella di alterare il corpo per smettere di sentire quel dolore. Un nemico/amico che prima è compagno di vita, motore di creatività, poi diventa zavorra insostenibile.
Così, per alleggerirsi di questo peso esistenziale Prince, probabilmente ha deciso di fare uso di sostanze, un uso che forse serviva ad anestetizzare il dolore che, a causa della sua eccentricità ha iniziato a provare. Un dolore prima fisico e poi esistenziale, terminato con un overdose fatale di Fentanil.
“My little secret, my private joy” cantava Prince nel ’81 e forse, proprio quel piccolo segreto, quella gioia privata che si concedeva, era l’evasione da questo mondo di sofferenza data da dolori cronici i quali, come uno schiaffo, lo riportavano in maniera violenta alla realtà, quell’inferno in cui viviamo e che ci fa dimenticare quei piccoli miracoli che ci insegnano quanto la vita sia preziosa, unica e irripetibile.